martedì 24 aprile 2018

Avviso molto importante.

A seguito di un po' di riflessioni, ho deciso di spostare il blog su un'altra piattaforma.
Questo rimarrà comunque attivo, ma non verrà più aggiornato.

A voi il link, se vi fa piacere seguirmi: http://ilsentierodeifuochifatui.altervista.org/

Ci vediamo dall'altra parte!

Angela

domenica 8 aprile 2018

Il basilisco di Mezzocorona


Ed eccomi di ritorno, come promesso! Anche questa settimana mi sono ammalata, ma sono riuscita a tenere botta per bene, quindi, eccomi qui!
La leggenda di cui vi parlerò oggi è, come da titolo, quella del Basilisco di Mezzocorona.
Mezzocorona è un paesello poco distante da Trento, lo si raggiunge in due minuti scarsi dall'uscita autostradale di San Michele all'Adige. Di per sé non dice molto, è un paese come molti altri.
Tuttavia ha la sua buona parte di storia e di leggenda. La più famosa è, per l'appunto, quella del basilisco.
Se volete, qui c'è il link dell'ultimo post, che parlava proprio del basilisco, in linea più generale.
Ora, ammirate per bene questa foto.

Perdonatemi, non sono un'abile fotografa!

Bene, questa fortezza scavata e costruita nella roccia è Castel San Gottardo.
Avrei anche voluto visitarla, a dirla tutta, ma ero leggermente impossibilitata da diversi fattori. Innanzitutto, ci sono andata con Andrea domenica scorsa: era Pasqua, ero appesantita dal pranzo e per di più stava calando la sera. Sinceramente non avrei voluto fare la discesa rotolando nel buio. Inoltre, non avevamo l'attrezzatura adatta: il sentiero sparisce, ad un certo punto, e diventa molto difficoltoso raggiungere la rocca. Praticamente ci si deve arrampicare. Eravamo entrambi in jeans, camicia e comunissime scarpe da tennis, quindi direi che proprio non era il caso.
Tuttavia la fortezza fa comunque un certo effetto vista anche dal basso. Per tutto il tempo ho continuato a chiedermi che effetto potesse fare, il vedere un serpentone gigante uscire da dietro quelle mura fatiscenti.
Proprio così. A quanto sembra, in una non meglio precisata epoca lontana, un basilisco, secondo la leggenda, si era ritrovato a nascondersi a Castel San Gottardo, già abbandonato.
E perché no? Dopotutto, la valle era piuttosto ampia e popolosa, per i canoni dell'epoca, piena di contadini, con tanto bestiame da mangiare e campi da devastare.

La Piana Rotaliana, la valle su cui si affaccia Castel San Gottardo

Fu così che il basilisco si stabilì fra le rovine, seminando morte e distruzione in tutta la valle. Inizialmente, gli abitanti del luogo non riuscirono a capire che razza di calamità fosse piombata su di loro. Sapevano solo che, all'improvviso, si erano ritrovati il bestiame decimato e i campi distrutti. Tutto quello per cui avevano lavorato una vita intera non esisteva più. Erano scomparsi anche dei contadini. Alla fine ci fu qualcuno che, finalmente, durante una delle devastazioni, intravide il basilisco. E si scatenò il panico, giustamente.
Ormai i valligiani parlavano di recuperare il poco che era loro rimasto e scappare nelle valli vicine o, ancora meglio, lontane. I discorsi si fecero sempre più isterici e pieni di panico, quando si levò una voce possente: il conte Firmian, signore del paese.
Lui si rifiutava di cedere alla paura. La valle era casa loro, e mai avrebbe permesso a una bestiaccia di scacciare lui e il suo popolo. “Vedrete!” tuonò “Io ucciderò il basilisco!”
Il suo popolo lo guardò come se fosse pazzo. Davvero il conte pretendeva di uccidere una creatura così pericolosa e letale? Quello era tutto matto! E ne ebbero una conferma la mattina dopo, quando lo videro uscire dal suo castello, solo soletto e bardato di tutto punto: una pesante armatura e una spada. Inoltre, portava con sé anche uno specchio e un secchio pieno di latte.
E qui una domanda mi sorge spontanea: come ha fatto? Voglio dire: ho visto com'è il sentiero che porta alla rocca. Per percorrerlo devi essere vestito molto comodo. Addirittura consigliano dei bastoni per issarsi meglio e fare meno fatica. Come ha fatto quest'uomo ad arrivare al castello con addosso un'armatura e portando con sé un secchio pieno e uno specchio??
D'accordo, è una leggenda. Tuttavia la curiosità mi resta.
Ma andiamo avanti. Il conte, non si sa bene come, riuscì quindi ad arrivare alla rocca, dove il basilisco stava dormendo tranquillo e beato. Poverino, dopotutto aveva consumato dei lauti pasti a base di bestiame e contadini, direi che un pisolino se lo meritava!
Il nostro eroe, quindi, posizionò lo specchio e il secchio davanti all'ingresso, per poi mettersi in attesa. Non dovette aspettare a lungo: il basilisco si svegliò poco dopo e uscì, affamato. Una volta varcata la soglia trovò il secchio di latte, che bevve tutto contento e senza chiedersi come mai ci fosse un secchio di latte in quelle rovine dimenticate da Dio. Poi alzò la testa e vide un altro basilisco. Ma guarda un po' che combinazione! Un basilisco come lui! E faceva esattamente le sue stesse mosse! All'improvviso, tutto compiaciuto per aver trovato un amico con cui seminare morte e terrore, si rizzò e mostrò il ventre.
Era l'occasione che il conte Firmian stava aspettando. Sbucò fuori dal suo nascondiglio e trafisse il serpente, che cadde a terra, morto stecchito. Dopodiché si rivolse verso la vallata, urlando a pieni polmoni che il basilisco era morto. Ci volle un po' perché i valligiani sentissero. Possibile che quel pazzo avesse davvero ucciso quella bestia? Non rimaneva che accertarsene di persona, così si avviarono tutti verso Castel San Gottardo. Il conte li vide arrivare e levò la spada ancora sporca delle budella del basilisco sopra la sua testa.
Una goccia di veleno cadde dalla lama e si infilò in una fessura della sua armatura. L'uomo prese fuoco all'istante.
Fu così che i primi contadini giunti sul posto trovarono il basilisco morto e un'armatura contenente un mucchietto di cenere.


Fonte:“Leggende dei castelli del Trentino” di Giovanna Borzaga
Foto: mie personali.

giovedì 29 marzo 2018

Il basilisco


Innanzitutto, mi scuso di nuovo per l'assenza, per quanto sia stata decisamente più breve delle altre. Mi sono presa l'influenza e per guarire ci ho messo più del solito. Comunque eccomi qua, bella pimpante e pronta a parlarvi di creature magiche.
Nello specifico, oggi parleremo del basilisco.
Immagino che tanti lo conoscano per via di “Harry Potter e la camera dei segreti”. Tuttavia si tratta di una creatura di cui si parlava ben prima della fortunatissima saga. C'è anche da dire che J. K. Rowling ha inserito parecchi riferimenti mitologici in Harry Potter, motivo in più, secondo me, per considerare questa saga un capolavoro.
Ad ogni modo, la prima volta in cui ho letto del basilisco avevo, credo, otto o nove anni. Ho letto di questa creatura nel libro “Leggende dei castelli del Trentino”, di Giovanna Borzaga. All'inizio ho storto un po' il naso, perché avevo letto “basilico” e non riuscivo a capire come il basilico potesse seminare così tanto terrore in una valle. Ma di questo parleremo nel prossimo post.
Ci sono diverse versioni su cosa sia un basilisco, almeno secondo la mitologia.
I racconti più antichi risalgono all'epoca dell'Impero Romano, in cui Plinio il Vecchio narrava di una creatura spaventosa, nata dall'uovo di un vecchio gallo e covata da un serpente o un rospo. Secondo alcune vecchie icone, il basilisco era quindi un ibrido tra un rettile e un uccello. Una specie di Ippogrifo con le zampe di gallina e la coda di un serpente.

Risultati immagini per basilisco
Possibile aspetto di un basilisco.
(Fonte: Google)


Col passare dei secoli, in ogni caso, la visione di questa bestia cambiò e prese sempre di più l'aspetto di un serpente, inizialmente molto piccolo, poi, gradatamente, sempre più grande, fino a divenire più simile ad un drago. Genericamente, questo serpente pare avere una macchia bianca sulla testa, molto simile ad un diadema nella forma, cosa che gli vale il soprannome di “re dei serpenti”.
Comunque la si veda, il basilisco resta una delle creature più pericolose esistenti al mondo, secondo le leggende. Il suo veleno è potentissimo, spesso basta entrare a contatto con una piccola goccia per morire tra atroci tormenti. Alcune versioni, quelle più diffuse, riportano il suo sguardo come una delle sue armi più temibili: basta guardarlo negli occhi e sei morto. Altre versioni dicono che, in realtà, non è tanto lo sguardo ad uccidere, quanto il suo veleno, una volta di più. Semplicemente respirando, è in grado di desertificare l'area intorno a sé. Quindi, chi riesce ad avvicinarsi abbastanza è destinato comunque a morire in quanto l'aria è letteralmente irrespirabile.
Come ho già detto fino allo sfinimento, ormai, sono sempre stata un'appassionata di leggende, da che ho memoria. E anni fa mi sono ritrovata a leggere un libro di leggende sul Veneto, la mia regione. Mi è cascata la mandibola quando ho visto che anche nei monti del Veneto il basilisco fa parte del folklore. Ora come ora, mi chiedo cosa avessi da essere così sorpresa, dopotutto il Veneto e il Trentino sono attigui. È normale, quindi, che abbiano in comune alcune leggende.
Mi ha divertito, comunque, leggere di certe caratteristiche del basilisco che non ho trovato da nessun'altra parte. Certo, sono dettagli, ma sono dettagli che ho trovato insieme spassosi e inquietanti.
Innanzitutto, la sua nascita. Sì, nasce dall'uovo di un gallo (tra l'altro, non chiedetemi come fa un gallo a deporre, non lo so e non lo voglio sapere!) ma non è un rospo o un serpente a covarlo, bensì un'ebrea. Giusto perché in Veneto non abbiamo la fama di essere razzisti. Assolutamente no. Certo.
In più, ci sono anche alcuni segni che indicano se avrai a che fare con il basilisco: la persona che apre un uovo e ci trova dentro due tuorli, vedrà un basilisco entro l'anno. Quella che invece ne troverà tre è destinata a morire per mano del re dei serpenti.
Ehmmmm... i miei genitori hanno delle galline, a casa, e mi è capitato, qualche volta, di trovare uova con due o tre tuorli. Mi sa che sono proprio nei guai!
Battute stupide a parte, il basilisco ha dei nemici, per lui molto pericolosi. E questi li si trova in qualsiasi versione della leggenda si legga.
La prima è la donnola, unico animale al mondo ad essere in grado di aggredire e uccidere un basilisco.
Il Basilisco attaccato da una donnola.
L'immagine si trova nel bestiario di Aberdeen, manoscritto miniato del sec. XII.
Il secondo è il gallo. Qualora il basilisco ne sentisse il canto, morirebbe all'istante.
Il basilisco veniva usato molto spesso anche nell'araldica, in ogni caso. Pare che fosse simbolo di potenza ed eternità. In pratica, avere un basilisco nello stemma araldico era un auguro di prosperità per la famiglia.

E con questa particolare informazione, abbiamo finito il post di oggi.
Appuntamento alla prossima settimana, dove vi narrerò una leggenda legata proprio al basilisco!

Stay tuned!

lunedì 12 marzo 2018

La contessa Dina


Una delle cose che mi affascina di più quando leggo determinate storie e leggende, è la crudeltà attribuita alle donne. Forse è il sessismo dilagante nella storia, che ha sempre relegato le donne in ruoli subalterni agli uomini e che ha portato anche a credere che la donna, dentro di sé, ha il seme di una malvagità innata. Forse perché la crudeltà da parte di un uomo è vista come un qualcosa di normale, considerando che avevano più possibilità di esprimerla. Non lo so. Tuttavia, non posso mai fare a meno di soffermarmi e meditare bene su quello che leggo, quando incappo in una storia dove una donna interpreta la parte della malvagia, senza essere una regina cattiva che perseguita principesse puntualmente salvate da un principe con i leggins azzurri.

Non me ne vogliate, ho tendenze femministe. Se vi può consolare, non credo racconterò mai ai miei figli la storia di Biancaneve rivisitata in modo che prenda a randellate la vecchietta che le offre lacci e mele avvelenate. Su questo posso rassicurarvi.

Torniamo a noi. Dopo Elisabeth Bathory e Avalda, parleremo, come da titolo, della contessa Dina, signora di Castel Romano, una rocca situata a Pieve di Bono, nella Valle del Chiese, in provincia di Trento.

Esistono due versioni di questa storia.

Nella prima, la contessa era una splendida donna, rossa di capelli, passionale e molto crudele. Il suo hobby preferito era correre a cavallo in giro per la vallata, in cerca di uomini giovani e belli da sedurre. Talvolta, qualcuno la seguiva nel castello e… beh non faceva più ritorno. Si narra che, un bel giorno, il prete del paese, stanco di vedere tutti i giovanotti della valle sparire nel nulla, lasciandosi alle spalle una sequela di famiglie affrante, decise di andare a verificare di persona cosa succedeva dentro a quelle mura. Era preoccupato da morire, dopotutto le voci che circolavano sulla contessa non erano certo benevole! In certi casi, si parlava addirittura di orge e riti satanici. Il sacerdote, così, si confuse tra la servitù e seguì la contessa a distanza, certo che prima o poi avrebbe attirato qualcuno nelle sue stanze. E così fu. Dopo che la contessa si fu divertita con quel ragazzo, fece sì che il poveretto cadesse in un pozzo alle cui pareti erano fissate delle lame affilatissime. Il ragazzo morì tra atroci tormenti sotto gli occhi terrorizzati del sacerdote.

L’uomo, comunque, non si perse d’animo. Sapeva bene che la contessa Dina, molto presto, avrebbe cercato altri giovani. Così le tese un agguato. Aspettò che la donna uscisse a cavallo e, con un colpo di fucile ben piazzato, la spedì nel mondo dei più, vendicando tutti i giovani che, a causa sua, avevano perso la vita tra quelle mura maledette.

L’altra versione comincia in modo molto simile alla storia della contessa Bathory, anche se finisce allo stesso modo della prima. In questa variante, la contessa non era affatto bella. E una volta visto che, con il tempo, il suo aspetto peggiorava, decise di vendicarsi, seducendo gli uomini della valle grazie alla sua posizione influente. Dopodiché, quella botola li attendeva.
I resti di Castel Romano
 

Attualmente il castello è poco più di un cumulo di macerie, dal momento che venne praticamente raso al suolo durante la prima guerra mondiale, tuttavia è stato riaperto al pubblico, dopo un grande lavoro di recupero. Potete visitarlo, se volete. Non è affatto da escludere che, durante la vostra visita, possiate trovare lo spettro della contessa che ancora vaga tra le rovine in cerca di ragazzi da sedurre e da trascinare con sé all’inferno…

sabato 10 marzo 2018

Biasio il macellaio


Bene, riapriamo questo blog con una storiella carina, carina, adatta proprio ai bambini!
Sapete, una cosa che ho sempre trovato curiosa è la diffusione di certe leggende.
Per esempio, la leggenda di Avalda, di cui vi avevo parlato in questo post, è diffusa anche in Trentino, particolarmente a Castel Romano. Non vi dirò oltre, perché quella leggenda, per quanto simile a quella di Avalda, merita comunque un post a parte.
Un'altra storia che mi ha colpita è quella di Sweeney Todd, il barbiere di Fleet Street che terrorizzò Londra poco prima di Jack lo Squartatore. Tra l'altro, sono passata per Fleet Street, ormai quattro anni fa. Per come si presenta ora, non si direbbe proprio che lì si fossero consumati così tanti omicidi. Chissà come si presentava, all'epoca? Scusatemi, non posso fare a meno di immaginarmela tetra, con nuvoloni perenni. E pensare che, quando l'ho vista io, era baciata da quel raro sole londinese!
Ma adesso torniamo in Italia. Più precisamente, nella mia amata Venezia. Un pomeriggio in cui non avevo nulla di che da fare, Jessica (la “nostra” Jessica) mi ha mandato un link che quasi mi ha fatto cadere dalla sedia, da quanto mi ha sorpresa. Perché, a quanto sembra, anche a Venezia, nel Cinquecento, esisteva un “Sweeney Todd” nostrano.
Il suo nome era Biagio, detto “Biasio il Cargnio”, per la sua provenienza dalla zona delle Alpi carniche, e viveva nei pressi di una fondamenta a Santa Croce, dove possedeva anche una taverna. Era famosissimo in tutta la città per il suo “sguazeto”.
Lo “sguazeto” è uno spezzatino di carne tipico di Venezia e pare che nessuno riuscisse a farne uno migliore di Biasio, che divenne presto famoso in tutta la città. Non che non ci abbiano provato. Tutte le locande di Venezia tentavano di imitare quello spezzatino, cercavano di carpire l'ingrediente segreto che rendeva quello sguazeto così delizioso, ma niente. Sembrava proprio che il segreto dello sguazeto fosse destinato a morire con Biasio. Finché un giorno un barcaiolo non si fermò a mangiare presso quella locanda.
Lo stupore e l'orrore furono incredibili quando, in mezzo alla carne, il pover'uomo si ritrovò un minuscolo ditino. Mantenendo una calma che personalmente gli invidio, il barcaiolo si alzò e andò a denunciare il fatto dai gendarmi della città.
Una volta arrivate sul posto, le guardie trovarono uno spettacolo raccapricciante: nel retrobottega c'erano i corpi squarciati di diversi bambini. Messo alle strette, Biasio confessò i suoi crimini: uccideva dei bambini, ne tritava la carne e la serviva ai suoi clienti. Ed ecco l'ingrediente segreto del macellaio di Venezia.
La giustizia non si fece attendere. All'assassino vennero amputate le mani, poi venne trascinato in piazza San Marco, dove venne decapitato.

Il suo corpo venne poi diviso in quattro pezzi che vennero esposti ai quattro angoli di Venezia, come monito ai criminali. La sua casa e la sua bottega vennero rase al suolo. Di quell'orribile vicenda rimase solo il nome dato alla riva della zona, che venne chiamata, appunto, Riva di Biasio.
San Zan Degolà - campo vicino a dove, si presume, sorgeva la bottega di Biasio il Cargnio

venerdì 9 marzo 2018

Un post... tra il serio e il faceto

Lo confesso. È stato difficilissimo decidere di scrivere questo post. Ero (sono!) tremendamente imbarazzata. È passato più di un anno dal mio ultimo post, in cui garantivo una presenza più costante. E invece... eccomi qua, un anno e mezzo dopo, a chiedervi scusa per le mie mancate promesse. Arrivati a questo punto, non intendo promettere nient'altro. Ma voglio raccontarvi a cuore aperto cosa mi ha tenuto lontana dal blog. E cosa mi ha spinto a riavvicinarmi. Mettetevi comodi, sarà una cosa molto lunga. Anche se, spero, interessante. Non voglio menare il cane per l'aia: avevo sottovalutato l'impegno che ci vuole a tenere seriamente in piedi un blog. Tendo ad essere molto superficiale, su certe cose, e in certi casi ne ho pagato lo scotto. Come adesso. Ovviamente, ci sono altre motivazioni, e anche abbastanza importanti, ma la motivazione principale è stata questa. Le altre... beh, ve le dirò, perché penso che sia giusto aggiungere anche un contorno a quello che sto scrivendo. Dopotutto, mi sono scherzosamente definita una “cantastorie”, in uno dei miei primi articoli. In più, ammettiamolo, è una bella storia, piena di mistero, come tutte le storie che secondo me meritano di essere raccontate. Dunque, partiamo dall'inizio. Da prima di questo blog. Dagli inizi del 2010 fino a ottobre 2016 per me è stato un periodo piuttosto brutto. Soffrivo di depressione, dopo una serie di eventi che mi avevano veramente buttata giù di morale. Non entrerò nel dettaglio, in ogni caso, ma voglio descrivervi esattamente come mi sentivo in quel periodo: uno schifo. Davvero uno schifo. Me ne capitava una dietro l'altra, davvero! Ogni motivo era buono per vedere la mia autostima precipitare nei meandri del Tartaro. Passavo dalla disperazione più totale al sentirmi indifferente a quello che mi succedeva intorno. Avevo degli sprazzi di felicità, brevissimi, ma erano come la mela di Jack O'Lantern: sostanzialmente una tortura, visto che poi, lo sapevo bene, sarei di nuovo caduta nel baratro. L'aspetto peggiore? Il vedere come le giornate proseguivano tutte uguali. Identiche, scandite unicamente dal mio alzarmi dal letto sempre più di malavoglia e dall'addormentarmi la sera sempre più tardi dopo avere guardato serie TV per ore ed ore. Inizialmente ero disoccupata, ma più tardi, anche iniziando a lavorare, la mia situazione non era cambiata granché. Anzi, per certi aspetti era anche peggiorata, dal momento che gran parte della mia autostima si basava, e si basa ancora, sul lavoro e su quanto sono produttiva. Certi lo definirebbero un ragionamento che non si può fare, quando si parla di autostima. Tendo a pensarla come loro. Avere da fare non mi aiutava, in effetti. E come avrebbe potuto, dal momento che la mia depressione non aveva a che fare con il “non fare nulla”? Avevo dei momenti in cui sembravo uscire dal torpore, ed era quando scrivevo o quando vivevo qualcosa che valeva davvero la pena raccontare. Erano gli unici momenti in cui mi sembrava di non sprecare il mio tempo. Il 2016 è stato l'anno della svolta. Mi piace raccontare di quell'anno. Infatti, ogni volta che posso, quel periodo esce fuori dalle mie labbra, sempre con un senso incredibile di meraviglia. È stato il 2016 a risvegliare quella parte di me che tanto ama i misteri. Anche se l'ha fatto in maniera decisamente spietata.
A maggio 2016 è morta mia nonna. Ne avevo già parlato nell'ultimo post, anche se in maniera molto vaga. Come preferisco sempre far notare, quello che descriverò sono le sensazioni di una persona comunissima, che non vuole insegnare o dimostrare nulla a nessuno. Non prendetele come verità assoluta, perché non lo sono. Il fatto è che, per circa un mese, mi sono sentita strana. A parte la giusta tristezza per la morte di mia nonna, a cui ero piuttosto affezionata, ho cominciato proprio a sentire lei. La sentivo al mio fianco mentre lavoravo o facevo qualsiasi altra cosa. C'erano dei momenti in cui pensavo che, se solo avessi allungato la mano dietro di me, lei l'avrebbe stretta. E c'erano delle volte in cui allungavo davvero la mano dietro di me, rimanendo realmente sorpresa del fatto che non ci fosse nessuno. Potevo percepire una presenza che stava al mio fianco, precisamente vicino alla mia spalla destra. In più, sono cominciate le canzoni. In quel periodo era uscito “Hello”, di Adele. Non avevo veramente mai sentito quella canzone. Non metto mai la radio in macchina, per lo più ascolto solo cd e in quel periodo Zucchero andava per la maggiore, per me, lo ascoltavo fino all'ossessione. Questo fino a qualche giorno dopo la morte di mia nonna, quando il ritornello di “Hello” mi è arrivato di prepotenza alle orecchie. Stavo uscendo in officina (sono segretaria in un'azienda di lavorazioni metalliche), dove avevano acceso la radio. Vi posso garantire che sentire all'improvviso “Hello from the other side” poco dopo la morte di una persona cara è qualcosa che può far venire il latte alle ginocchia in dieci secondi netti, anche, e soprattutto, quando sapete che tendete a fare “voli con la fantasia” e vi siete abituati quindi a razionalizzare tutto quello che vi capita. Da lì, ho cominciato a sentire molto più spesso canzoni il cui testo conteneva un saluto di qualche tipo. In più, ci sono state le farfalle. Dal giorno della morte di mia nonna, per parecchi mesi, ho avuto un viavai di farfalle che mi passava a fianco ogni volta che uscivo all'aria aperta. Ogni. Singola. Volta. Questa cosa si è verificata solo nel 2016.
Inizialmente pensavo che fosse un puro caso, ma l'anno scorso questo fenomeno non si è verificato. L'unica volta in cui una farfalla si è comportata in modo strano è stato quando ho sollevato una mano e questa ci si è posata sopra. È stata l'unica, per il resto... nisba! Non c'era neanche una farfalla che mi passava a fianco. E comunque ne vedevo parecchie. I mesi passavano, e io continuavo a pensare che ci fosse qualcosa che mi stava spingendo ad uscire dal guscio che mi ero costruita negli anni. A fine luglio sono andata con Jessica ad una rievocazione storica. Non ricordo per quale motivo fossimo senza i nostri ragazzi, fatto sta che ci siamo ritrovate lì. C'era una signora che leggeva le carte. Genericamente evito di farmele leggere, perché sono alquanto influenzabile e non volevo ritrovarmi a regolare la mia vita su un percorso “prestabilito”. È il motivo per cui evito il più possibile di leggere anche gli oroscopi. Tuttavia, quel giorno ho deciso che potevo anche smettere di farmi tante pare mentali. Dopotutto, era un gioco, no? Così mi sedetti a quel tavolino e mi presentai. Non dissi niente della mia vita. La prima cosa che mi disse la signora, leggendo le carte, fu “è morto qualcuno di recente, nella tua famiglia?”. Ricordo perfettamente che i miei occhi si sono spalancati e credo di essere impallidita prima di poter rispondere con un incertissimo “sì...”. In parole povere: secondo questa signora, mia nonna mi stava proteggendo e i miei progetti potevano andare in porto. Avevo inoltre un problema con il mio ragazzo, che tendeva a fare un pochino troppo il galletto nel pollaio. A quel punto devo attribuire il mio mancato svenimento ad un puro miracolo. Era da diversi mesi che ero in crisi con il mio ragazzo e non sapevo minimamente cosa fare. Non riuscivo neanche ad identificare il reale problema che mi affliggeva con lui, dal momento che, apparentemente, era perfetto. Insomma, mi amava e desiderava una famiglia con me. Sì, mi aveva procurato una forte delusione, ma pensavo sinceramente di avere superato la cosa. Tuttavia, con lui ero sempre irritabile, meno tempo ci passavo insieme meglio era. La signora concluse che avrei fatto un viaggio, verso ottobre, probabilmente di lavoro, che avrebbe cambiato tutta la mia visione delle cose. Beh, sinceramente, il viaggio che feci esattamente due mesi dopo non era un viaggio di lavoro. Era un week-end a Londra. Dovevo accompagnare mia zia a trovare mio cugino, che vive lì da diversi anni. Quindi, la lasciai con lui e girai per Londra per conto mio. Per la prima volta dopo mesi ero completamente sola, libera di andare in giro per i cavoli miei e girovagare senza una meta precisa. Io che, per sei anni, mi ero abituata a programmare tutto e a sentirmi in colpa se non lo facevo. Ma io non ero così, non lo sono. Mi piace programmare, ma non fino al più misero dettaglio. Ogni tanto mi piace anche fare qualcosa che esuli da schemi preimpostati. E quel giro a Londra riuscì, finalmente, a ribaltare tutte le mie prospettive. Tornai a casa e, una settimana dopo il mio rientro, lasciai il mio ragazzo. Quindi, feci un bilancio della mia vita. Avevo 28 anni, uscivo da una storia di sei anni, introdotta peraltro da una serie di avvenimenti abbastanza funesti. Era morta mia nonna. E tante mie amicizie, con la rottura con il mio ex, erano finite. Avevo davvero voglia di coltivare passioni e rapporti sociali? La risposta fu immediata e lampante: NO, neanche per sbaglio. Per quattro mesi mi chiusi in me stessa. Dovevo rimettermi in sesto. Non mi ero mai permessa di fermarmi davanti a tutte le cose negative che mi erano successe. Possiamo raccontarci tutte le frottole che vogliamo, ma non siamo dei robot. Abbiamo bisogno ogni tanto di fermarci e di soffrire, in barba a chi ci vuole sempre scattanti e felici. Quindi, per quattro mesi, mi fermai. Semplicemente. Non ero pronta a coltivare rapporti sociali, non ero pronta a coltivare la mia passione. Volevo solo starmene chiusa nella mia routine, quella routine che per anni avevo aborrito, e leccarmi le ferite. Stavo male, andavo in paranoia un giorno sì e l'altro pure, piangevo spesso. Eppure, a distanza di un anno, quel periodo lo definisco ancora come un periodo benedetto. C'ero io, e io soltanto. Per anni mi ero ignorata e ora eccomi là. A darmi finalmente il permesso di piangere. A definirmi finalmente come “Angela”, e non come “la ragazza di”, “la sorella di”, “la figlia di”. Per me questo era vitale. Prima di allora, c'erano dei momenti in cui mi guardavo allo specchio e non vedevo veramente nessuno. Non riuscivo a capire chi ero, non riuscivo a riconoscermi. Pensavo “ma veramente questa sono io? Ma chi cavolo sono?”. Questo mi angosciava terribilmente. Dopo quei quattro mesi, quegli episodi non si sono più ripetuti. Le cose hanno cominciato a cambiare. Quello che mi rimane impresso di quell'arco di tempo è la sincronia degli avvenimenti. Dovete sapere che anche Jessica aveva lasciato il suo fidanzato storico, poco prima che io lasciassi il mio. È abbastanza importante, saperlo. Perché a dicembre io e lei trovammo un evento che avrebbe portato parecchie novità nella mia vita. L'evento era una cena a tema medievale, in un ristorante in provincia di Treviso. Non avevamo mai partecipato a iniziative simili con i nostri ex, soprattutto considerando che siamo di Padova e la strada “sarebbe stata troppa” (dico già che il problema era decisamente più complesso di così, ma per rispetto alle persone coinvolte non dirò altro). Ora, però, le cose erano cambiate. Io e lei lavoravamo (lavoriamo tutt'ora), avevamo una macchina, non avevamo vincoli di nessun genere. Sembrerà assurdo, dal momento che tutti i nostri coetanei non si fanno particolari problemi a girare anche più province per trascorrere una serata, ma noi realizzammo solo in quel momento che avremmo potuto farlo. Così decidemmo di andarci. La cena era un vero e proprio banchetto in stile medievale, bisognava presentarsi in costume. Ci saremmo sedute ad una tavolata unica, quindi ci siamo ritrovate vicino ad una compagnia di perfetti sconosciuti con cui abbiamo legato. Non ricordo granché della serata, più che altro perché nel giro di un'ora mi sono ritrovata completamente ubriaca. Ricordo solo che avevo pensato, guardando quella compagnia di amici che avevo appena conosciuto, qualcosa del tipo “no, mi sembra assurdo che non li vedrò più!”. E che avevo puntato un ragazzo di quella compagnia, piuttosto carino, e che sembrava ricambiare il mio interesse. Ci siamo anche scritti, per un po', dovevamo anche vederci. Poi, ho visto il suo interesse scemare gradatamente, fino a tirarmi pacco la sera prima del nostro primo appuntamento. Devo avere battuto tutti i record delle donne scaricate. Sul momento avrei voluto stanarlo e prenderlo a cazzotti (e una parte di me lo vuole ancora), poi, però, ho realizzato che, alla fine, forse l'interesse non era poi così alto neanche da parte mia. A parte un comprensibile nervosismo per come ero stata trattata, avevo la sensazione che per me non era ancora finita. Ero più che pronta a votare la mia vita ai gatti, dal momento che di uomini ne avevo ben più che abbastanza, ma il destino, a cui ho ricominciato a credere, aveva altro in serbo, per me. E così, una decina di giorni dopo la buca che mi ero presa, sono uscita a cena con quella compagnia. È stato lì che è successa la cosa più strana di tutte. Mi sono ritrovata a flirtare un po' con un ragazzo. Beh, ha superato di un bel po' la trentina, quindi, un uomo. Andrea. Mi era simpatico, davvero, ma la volta prima l'avevo visto e avevo pensato “sì, simpatico, ma... Ussignur!” Vi spiego: è quel genere di persona che, quando lo vedi, pensi “che tipo strano!”. Questo, e il fatto che alla cena medievale aveva scherzato parecchio con Jessica, lo aveva fatto relegare nell'area “disinteresse” del mio cervello. E, onestamente, pensavo veramente che ci potesse essere qualcosa tra loro due. Considerando il mio isolamento volontario con conseguente misantropia, mi sono sorpresa a scoprire che, in realtà, anche da sobria lo trovavo simpatico. Di più, mi trovavo veramente bene a parlare con lui. Certo, rimaneva sempre nell'area del disinteresse, ma qualcosa si era risvegliato, in me. E sembrava che la cosa fosse reciproca, tant'è vero che, tornata a casa, ho capito subito che il cellulare si era illuminato perché lui mi aveva scritto. Dieci giorni dopo, vale a dire il 15 febbraio dell'anno scorso c'è stato il nostro primo appuntamento. Da allora non ci siamo più lasciati. Anzi, lo scorso dicembre siamo anche andati a convivere. E non potrei essere più felice di così, almeno sentimentalmente parlando! Già, e questo come spiega il fatto che, di punto in bianco, abbia deciso di riaprire il blog? Beh, a parte che non l'ho mai dimenticato. Era un'ossessione, e non volevo lasciar perdere e mollare il colpo. La mia passione per i misteri è rimasta. Se guardo com'è cambiata la mia vita nell'ultimo anno e mezzo, come posso dire che i misteri non esistono? Come si spiegherebbe il cambiamento radicale che ho fatto? Cosa mi ha mosso, quella sera, a uscire dal mio isolamento? Cos'è successo, che ha tolto via quel ragazzo dalla mia strada, facendomi fare una virata così improvvisa verso Andrea? Ve lo giuro, ho ancora ben presente la sensazione che avevo: era come se qualcuno avesse guidato le mie mosse. Anche quando quel ragazzo mi ha respinta, avevo la sensazione netta che quel qualcuno, vedendomi andare in paranoia per lui, abbia pensato “santi numi, questa mica ha capito che deve andare in questa direzione!”, per poi darmi uno spintone nella direzione giusta. E tutto è successo dopo un momento di enorme stanchezza, in cui avevo pensato, rivolgendomi all'Altissimo “senti, io non ne posso più. Non so che cosa faccio per metà del tempo, non ho proprio voglia di andare avanti così. Pensaci Tu, che veramente ne ho le scatole piene. Fai quel cavolo che ti pare!” Sì, lo so, ho modi poco rispettosi! Ma devo dire che come sistema ha funzionato! Quindi? Siete pronti? Il Sentiero dei Fuochi Fatui è tornato!

giovedì 1 settembre 2016

Riapriamo i battenti!

«Ehm... be'... i fantasmi sono trasparenti...» cominciò.
«Oh, molto bene» lo interruppe Piton, con le labbra arricciate. «Sì, è bello vedere che quasi sei anni di istruzione magica non sono andati sprecati, Potter. I fantasmi sono trasparenti».



Ho voluto ritornare in questo blog con una citazione potteriana (ringraziando vivamente J. K. Rowling), che introduce un argomento che, suppongo, ormai si sarà capito: i fantasmi!

Prima di cominciare, però, vorrei scusarmi per i lunghi mesi di assenza. Purtroppo non mi è stato possibile seguire il blog, in quanto avuto diversi problemi, piuttosto pesanti.

I miei progetti non sono andati in porto, ma in realtà non me ne faccio un cruccio. Sono ritornata quindi, con calma, alla mia vita di sempre, pensando che, in fondo, quei progetti non facevano per me.

Non sapete quanto ho pensato a questo blog, comunque! Ogni giorno pensavo “devo scrivere un post, devo farlo assolutamente!”. Fino all'altro giorno, quando, alla fine, mi sono decisa, finalmente, a ritornare on-line.

Cosa ha spinto la mia decisione? Il pensare che, in realtà, pensare al blog non avrebbe generato post dal nulla, anzi! Decisamente, era ora di togliere le ragnatele dal mio pc.

Perché proprio i fantasmi? Beh, lo sapete, a me piacciono molto le storie di fantasmi. Ve ne ho parlato giusto qui. Teniamo conto del fatto che adoro le storie, e i fantasmi, in un modo o nell'altro, a mio avviso, sono i detentori per eccellenza delle storie e degli aneddoti. Quando sento parlare di fantasmi, non posso fare a meno di immaginarmi in una vecchia casa, con una presenza che la infesta. E mi chiedo “chissà qual è la storia di quella presenza... come ha fatto a trovarsi qui? Perché non è andata oltre?”. Figurarsi quanto mi affascinano i fantasmi, non ne ho mai visto uno in vita mia (ne ho sentito la presenza, ma quello è un altro discorso), mi sono limitata a immaginarmelo, e mi chiedo comunque quale sia la sua storia!

In realtà non so come mai non mi sia mai venuto in mente prima di parlarne, a parte le leggende che ho trascritto nei vecchi post.

C'è voluto il ricordo di mia nonna, mancata lo scorso maggio, perché mi venisse in mente di farlo!

Ultimo punto, prima di parlare veramente dei fantasmi in termini più tecnici.

Poco più su avete letto che ho sentito la presenza di fantasmi. Come ho già detto altre volte, non ho poteri soprannaturali. Non mi sentirete mai dire una cosa del genere. Oltre a trovarlo improbabile, lo trovo anche estremamente presuntuoso. Quello che intendevo dire è che quello che ho percepito sono sensazioni mie, mie soltanto. Non ho visto nulla, né sentito voci. Trattandosi di sensazioni che ho vissuto dopo la morte di mia nonna, a cui, nonostante tutto, ero affezionata, non escludo affatto che fossero dettate da suggestione dovuta al lutto, anche se, onestamente, preferisco credere che mia nonna, nei momenti in cui mi sono sentita sola e sperduta, mi si sia messa al fianco per non farmi vivere quelle spiacevoli sensazioni. Oh, al diavolo, lo ammetto: sono convintissima al cento per cento che ci sia altro, dopo la morte, e che mia nonna, in quei momenti, era davvero al mio fianco! Ma, come già detto e come non mi stancherò mai di ripetere, questo non implica che io possa vedere, sentire, parlare con i morti! È più perché volevo bene a mia nonna, che mi è successo questo, che non per chissà quale sensibilità mia!


Detto questo, cominciamo! Sul serio, stavolta!

Allora, cercando un po' in giro, ho scoperto che i fantasmi non sono solo “impronte di anime dipartite” (Severus Piton mi perdonerà!). Sì, ci sono i classici fantasmi generati dalla morte. Tu muori, la tua essenza rimane, specialmente se hai dei conti in sospeso. Il che è brutto, secondo me. Insomma, una cosa del genere implica che, in vita, ti sei reso schiavo di una cosa, un ricordo, per lo più, che ti ha consumato fino a renderti impossibile persino il riposo eterno!




Questo, a dirla tutta, sta rendendo i fantasmi meno affascinanti, ai miei occhi, e decisamente più tristi.


Tuttavia, come dicevo, sono rimasta molto sorpresa nel constatare che, nella categoria “fantasmi”, ci sono anche gli spiriti che non derivano necessariamente dalle persone trapassate.

Fanno parte della categoria anche le banshee, che ero convinta fossero dei particolari tipi di streghe. E anche il Black Dog, tradotto letteralmente come cane nero. Queste due creature fanno parte del folklore inglese e irlandese. In entrambi i casi, vederle era considerato un presagio di morte.

La banshee è un fantasma che, genericamente, si lega ad una persona. Solitamente la si sente piangere ed emettere lamenti, che smettono solo quando la persona in questione muore. Non è raro che anche i familiari del moribondo sentano i lamenti di quello spirito.

Sul Black Dog c'è da dire poco. È un enorme cane nero con gli occhi rossi. Mediamente infesta i cimiteri e chi lo vede è destinato a morire nel giro di poco tempo.


Sia chiaro, non esiste alcuna prova scientifica dell'esistenza dei fantasmi, qualunque tipo essi siano.

Nonostante la mia personale esperienza, sono la prima a dirvi di fidarvi solo del vostro istinto, e di sentirvi liberi di ridere in faccia a chi si definisce un cacciatore di fantasmi. Come dico sempre, non sono qui per convincere nessuno, e nemmeno un ghost hunter serio cercherebbe di farlo.

Ad esempio, a Padova opera un gruppo di ghost hunters (qui il loro sito). Quando sono andata ad una loro visita guidata al castello di Valbona (di cui vi parlerò più avanti) sono stati i primi a sostenere che, in realtà, non hanno prove scientifiche dell'esistenza dei fantasmi. Si limitano a registrare dei suoni e delle anomalie, senza pretendere di poterle spiegare.


Ultima cosa, prima di salutarvi. Negli anni ho notato che è ben difficile trovare dei libri decenti di narrativa che parlino di fantasmi. Così, spero di farvi cosa gradita elencandovi i pochi libri che sono riuscita a leggere sull'argomento.

  • Amleto. Direi che non c'è nulla da dire, chiunque sa che cosa sia l'Amleto di Shakespeare. Per me, è stata l'opera che ha dato il via alla mia passione per i fantasmi.

  • Spettri da ridere”. Raccolta di racconti satirici, edito da Einaudi. Questi racconti parlano di fantasmi, ma come presa in giro della società vittoriana (in mezzo troverete anche il famosissimo “Fantasma di Canterville” di Oscar Wilde).

  • Il libro delle storie di fantasmi”. Raccolta di racconti. Interesserà sapere che è stato Roald Dahl a cercare e metterli insieme. Personalmente, non credevo che Roald Dahl avesse un gusto così impeccabile riguardo ai racconti di fantasmi. Sarà che l'ho sempre associato ai libri per bambini!

  • Storie di fantasmi”. Altra raccolta di racconti di autori vari. In effetti, non è semplice trovare romanzi interi sui fantasmi. Io ne conosco due, che fra poco leggerete in questo elenco. Questa raccolta è l'ideale se volete regalarla a dei bambini. Non sono storie che fanno paura, anzi, in certi casi sono anche divertenti. Questa raccolta è stata effettuata da Susan Hill.

  • Mucchio d'ossa”. Stephen King. C'è altro da dire? Ok, scusatemi, è che ne sono una grande appassionata. Questo è un romanzo, bello consistente, che parla di fantasmi. In realtà l'argomento è un altro, secondo il buon vecchio Steve, ma è grazie ai fantasmi che quel concetto è stato espresso. VI avviso: non ho avuto particolari problemi con la suspence, in questo romanzo. Il primo libro che ho letto di Stephen King è “Le notti di Salem”, uno dei suoi primi libri. In termini di paura, “Mucchio d'ossa” al confronto è acqua fresca (non ho ancora letto “It”, recupero appena posso!), per me, ma certi punti sono talmente drammatici che sono tutt'ora duri da leggere, anche se quel libro l'ho riletto più volte!

  • Un canto di Natale”, di Charles Dickens. Chi non ha mai sentito parlare di questo racconto? Come minimo ho visto la versione disneyana un'ottantina di volte. Per me, a Natale, è un appuntamento fisso! Uno dei racconti più particolari e commoventi che abbia mai letto sull'argomento.

Questi sono i libri che ho letto e che mi sono rimasti più impressi. Sicuramente ce ne sono altri, non ho nessun dubbio a riguardo, tuttavia, mi vengono in mente solo questi.


Da qui si passa ai libri che ho solo sentito nominare, senza averli (ancora) mai letti:

  • Giro di vite” di Henry James

  • L'incubo di Hill House” di Shirley Jackson. L'ho cercato in lungo e in largo. Il mio problema è che cercavo il titolo sbagliato. Io lo conoscevo come “La maledizione della casa sulla collina”. Ho scoperto solo dopo che il titolo con cui è più conosciuto è proprio quello con cui ve l'ho presentato. Oppure “La casa degli invasati”. Non che sapere i titoli alternativi me l'abbia reso più trovabile. Da quello che so, pare che sia un romanzo molto raffinato, dove non si parla esplicitamente di fantasmi, ma si viene indotti a credere in una qualche presenza. A quanto sembra, il finale lascia sempre un dubbio su cosa ci sia dentro quella casa. Non so se sia vero, dopotutto devo ancora leggerlo!



Ed eccoci arrivati alla fine di questo lungo post!

Voi che ne dite? Credete ai fantasmi? Avete mai avuto un'esperienza quanto meno curiosa a riguardo?

Avete libri da consigliarmi?


Sperando che questo post vi sia piaciuto, vi auguro una buona notte!


Alla prossima!

sabato 19 dicembre 2015

Del Natale, di viaggi con la mente e di speranza…

Lo confesso. Stavo per mollare il blog. Pensavo: lo leggono quattro gatti, perché dovrebbe interessare a qualcuno quello che scrivo? Senza contare che ultimamente ho poco tempo per andare dietro a tutte le migliaia di cose che faccio.

Poi ci ho riflettuto bene. Sì, è vero, tempo ne ho poco. Sono sempre in giro, “’vanti e indrio come ea pee dei oci” come si dice da queste parti (trad.: avanti e indietro come la pelle degli occhi), quindi non posso garantire a questo blog una certa continuità. Spero, il prossimo anno, di riuscire a essere più presente e ad avere più materiale da presentare. In linea teorica dovrebbe essere così, ma preferisco non dire altro, per scaramanzia.

E poi, stavo considerando diverse cose. Innanzitutto, la mia storia personale. Non so se vi ricordate, in questo post avevo parlato del Metodo Oh’Oponopono. Con oltre un mese di ritardo, voglio aggiornarvi su questo punto. Confermo, non è il metodo miracoloso in cui reciti una formuletta magica e tutto si risolve per magia. Un corno! Ma il suo lavoro lo fa. Applicandolo per un mese, dandomi attenzione, ho avuto l’opportunità di vedere i miei schemi, le mie paure. Ho potuto rivedere i miei sogni, che stavo trascurando in un modo vergognoso. Certe relazioni, che sembravano destinate alla rottura, le sto ricostruendo. Al lavoro mi sto applicando il più possibile e i risultati li vedo. Mi sono accorta che certe paure, che sembravano delle chimere inaffrontabili, in realtà sono più che in grado di affrontarle e superarle. Ne ho ancora di strada da fare, ma sapere che sto facendo la cosa giusta aiuta parecchio.

In questo calderone ho aggiunto diverse altre cose. Guardandomi attorno, mi sono resa conto che la sfiducia è diventata parte dell’atmosfera generale. Troppa gente è convinta che è inutile sognare, che bisogna accontentarsi. Senza contare che abbiamo chi costantemente ci ricorda che non possiamo avere aspirazioni, pensare un po’ fuori dagli schemi. Nonostante abbiamo tutto, alla fine ci siamo ritrovati ad essere una manica di depressi.

Perdonate il tono acido, ma devo ammettere che per me è un tasto molto dolente. Non mi piace chi distrugge i sogni e le aspirazioni degli altri. Un atto simile lo trovo di una codardia immensa, soprattutto se fatto per rivalsa personale o per farsi i propri comodi sulle spalle delle persone.

Con questo non dico che dobbiamo ribellarci e fare una rivoluzione. Come ho già detto in altri post, non sono il genere di persona che inneggia alla rivoluzione, né sono tipo da complotti. Personalmente, ritengo che quel genere di persona sia qualcuno da non prendere sul serio. Questo fino a quando non vedrò dei riscontri in quello che dicono.

Tuttavia sono profondamente convinta che ci sia altro, oltre a quello che viviamo, ragion per cui non intendo arrendermi.

In contemporanea a questi pensieri, mi sono ritrovata a leggere questo post, dal blog di Luciana Littizzetto, in cui spiega con termini più chiari il mio pensiero. Aggiungiamo il fatto che è Natale, tempo di incontri, di riflessioni e si arriva a questo post.

Il mio desiderio e il mio messaggio, per questo Natale, è quello di non arrendersi mai. Anche se siete stanchi di sperare, anche se pensate che quello che volete non si realizzerà mai, non arrendetevi. Trovate un modo per realizzare i vostri desideri, e tenete conto di una cosa: se anche si realizzano in piccolo, considerate che si sono realizzati! Un esempio è questo blog, e il mio account su EFP Fanfiction. Sì, ho nutrito dubbi per mesi sul mio modo di scrivere, visto che non sono tanti a fare una capatina in questo blog, o a dare una letta alle mie storie. E a volte è un po’ deprimente, lo ammetto. Ma c’è sempre qualcuno che legge (e vi ringrazio davvero tantissimo!) e ho scoperto che, anche se mi piacerebbe se ci fossero più persone a seguirmi, comunque per ora mi basta. E sto lavorando per migliorare il mio modo di scrivere e di approcciarmi ai miei lettori. In fondo, mica tutti nasciamo esperti!

Quindi, davvero, non arrendetevi a chi vi dice che i vostri desideri non sono validi. Se i vostri desideri vi danno una spinta, e se quando non li seguite state male, allora questo deve bastarvi per andare avanti!

Per quanto riguarda me, il significato del Natale è anche questo. Speranza per il futuro. Non arrendetevi mai!

E ora, passiamo alla storia di rito. Se ben ricordate, in questo post vi ho raccontato dei miei due giorni in Trentino.

Non vi ho raccontato tutto, ed è stata davvero dura tenermi questo racconto fino ad ora! Ora che è il momento di narrarvi questa storia, invece, mi sembra assurdo che siano passati già quattro mesi!

Dunque, vi ho raccontato della mia camminata verso la rocca, dei miei pensieri, della mia passeggiata a Castel San Michele. Ed è proprio qui che vi riconduco. Ricordo che in quel momento pioveva, era già buio, e faceva un discreto freddo, nonostante fosse estate. Arrivata al castello, sono entrata nei cortili. In quelli esterni c’erano degli scultori del legno che lavoravano. Nel cortile interno, invece, non c’era praticamente nulla. Il mastio era chiuso ai visitatori. Mi sono fermata nel bel mezzo del cortile e ho ammirato la torre. Non sono durata a lungo, la pioggia cadeva e non avevo ombrelli con me. Girandomi per andarmene ho notato delle sale, probabilmente stalle, o alloggi della servitù. Mi sono avvicinata, incuriosita, visto che non c’erano neanche delle transenne o delle porte. In una di quelle sale ho trovato una piccola sorpresa: un presepe animato!

Confesso di non avere un grande spirito di osservazione. La saletta era immersa nell’oscurità. Tuttavia distinguevo bene le statuette, quindi non mi sono posta il problema di accendere le luci, mi sono limitata a godermi l’immagine del presepe e il silenzio che regnava. In effetti, non mi sono accorta che il presepe era animato fino a quando non sono arrivati altri visitatori e hanno premuto un pulsante. A quel punto la saletta si è illuminata e le statuine hanno cominciato a muoversi. C’era anche una musichetta natalizia.

Il presepe non era un classico presepe con l’immagine della Sacra Famiglia. Sì, c’era, logicamente, ma la storia che raccontava era anche un’altra. Anzi, altre due.

Le storie di tregue non ufficiali effettuate durante la prima guerra mondiale, in occasione del Natale.

Dunque, se devo essere sincera, non sono una credente in senso stretto. Credo nell’esistenza di Dio, ma non riesco a darGli un volto. Così ho finito con allontanarmi dal cristianesimo, sebbene non abbia nessun dubbio sull’esistenza di Gesù e sulla validità del Suo messaggio. Senza contare che il mio vissuto mi impedisce di dare troppo credito alla Chiesa. Non me ne vogliano i cattolici osservanti, ho un gran rispetto per loro, come per chiunque segua qualunque religione. A patto che non cerchino di impormela. E non mi sentirete mai spiegare cosa mi ha spinto a pensarla così, proprio per una questione di rispetto.

Ma, dato che ho bisogno anch’io della mia dose di spiritualità, i miei trascorsi mi hanno portata ad avvicinarmi ai rituali del paganesimo.

Tuttavia, mentirei se vi dicessi che quelle storie, così marcatamente cristiane, non mi hanno toccata nel profondo. Ero lì, in silenzio, a leggere quelle storie, ad ascoltare la riproduzione delle esplosioni e le musiche di Natale, a guardare la storia che mi raccontava quel presepe, tra l’altro in un momento della mia vita molto delicato. In quel momento, ho ritrovato il senso della solidarietà tanto decantata dalle religioni di tutto il mondo. Pensavo di averlo perso per sempre. Ricordo che, alla fine, avevo il viso inondato di lacrime. Singhiozzavo, persino, e ho fatto una gran fatica a smettere.

Spero che queste storie facciano venire in superficie questi sentimenti anche a voi.

Buon Natale!

lunedì 5 ottobre 2015

L'Arcano Senza Nome

Ben ritrovati in questo mese favoloso che è Ottobre!!

Neanche si capisce che a breve compirò gli anni... questo per me è uno dei mesi più magici dell'anno.
Ma oggi non sono qui per descrivervi la festa del Capodanno Celtico, né per decantare tutte le bellezze dell'autunno.
Vorrei invece soffermarmi su un altro argomento che mi affascina praticamente da sempre, e cioè i Tarocchi (e più in generale, la divinazione). Nello specifico, vorrei parlarvi del significato dell'Arcano senza Nome, il tredicesimo degli Arcani Maggiori.
Nonostante ci siano molte leggende circa l'origine dei Tarocchi come carte da gioco e metodo di divinazione, quello che è indubbiamente certo è che a livello simbolico contengono una miriade di informazioni usufruibili da chiunque abbia il piacere e il coraggio di leggere. Mi piace pensare ai Tarocchi come a una sorta di alfabeto illustrato, un linguaggio antico che ci mette in contatto con il nostro sentire più profondo...



Quando la carta della Morte esce in una lettura, ci mette in contatto con il nostro passato... e lo stesso fa (o dovrebbe fare) la festa di Samhain.
In alcuni mazzi la Morte viene segnata col numero romano XIII, un numero che sta al di là del tempo... 12 sono i mesi, 12 sono le lune dell'anno... La tredicesima luna, che in genere viene nominata Luna Blu, è la luna dello straordinario che agisce nella nostra vita, è la luna delle seconde possibilità, dei desideri che si avverano. Durante la festa di Samhain, il velo tra la nostra realtà e il mondo degli spiriti si assottiglia, dandoci la possibilità straordinaria di entrare in contatto con i nostri cari defunti, di onorare gli antenati, ma anche di lasciar andare ciò che non ci serve più. E' il tempo di finire e iniziare, in cui la ruota si ferma e riparte...
La carta della Morte viene anche definita nei Tarocchi di Marsiglia "L'Arcano Senza Nome", che non fa altro che rendere ancora più significativa la sua posizione "al di fuori del tempo".
La Morte è senza nome perché cancella, pulisce, libera... è una forza potente che può portare dolore ma anche offrire una via di fuga a una situazione oppressiva, distruttiva.

Il suo messaggio è: "Io porto il cambiamento, la cancellazione del passato... perché tu che ascolti possa essere di nuovo senza nome"

Chi è senza nome può essere libero di diventare qualsiasi cosa voglia.
La Morte è quindi l'arcano del cambiamento profondo, della discesa negli inferi... si scende nelle profondità di sé stessi per risolvere l'incompiuto, portare a termine le questioni irrisolte dentro di noi.
L'Arcano ci invita alla riflessione, al silenzio, a dare un colpo di falce a tutto ciò che ci sta trattenendo nella morte dell'anima.
Solo affrontando il passato, i lutti, gli addii, si può andare avanti. Solo creando il vuoto dentro di noi potremo sapere come riempirlo...
Eppure la nostra società ci ha insegnato a temere gli spiriti dei defunti e a scacciarli, piuttosto che cercare di dare loro pace, di riservare loro un posto nel cuore... ma ancora più del cuore, nel sacro.
Molte religioni politeiste e sciamaniche danno un posto di rilievo al culto dei morti, e questo perché? Perché sono le nostre radici che ci sostengono: geneticamente, culturalmente e spiritualmente parlando.



Scegliendo di respingere il contatto con la morte, con i defunti, con le nostre parti più vulnerabili, scegliamo di abbandonare anche ciò che ci tiene in contatto con la nostra identità profonda, e l'unico mezzo per costruire con coscienza il nostro futuro... non è un caso che molto spesso al giorno d'oggi si senta parlare di costellazioni familiari e psicogenealogia (avvertimento per i più scettici, questa è una sezione molto affascinante della psicologia e studiata scientificamente).
La società ci ha insegnato che la morte si può sconfiggere, che la vita è da preservare a qualsiasi costo... eppure la morte preserva la vita. La verità è che possiamo condannare e combattere solo le morti ingiuste e ciò che del passato ingiustamente lasciamo dietro di noi, calpestandolo.
La Morte infatti parla di lasciar andare soltanto ciò che non ci serve più... l'essenziale invece, ciò che ci è veramente utile, sarà sempre con noi. In questo senso la Morte è un Arcano a mio parere molto meno pericoloso della Torre... poiché indica un distacco o una separazione necessari allo sviluppo della persona.

Durante questo mese invito tutti i lettori quindi, me compresa, ad entrare in contatto con la loro personale morte... che sia un lutto non superato, un atteggiamento doloroso che può essere abbandonato, un lavoro che vi tiene bloccati... riflettiamo su ciò che vogliamo abbandonare, ma anche su ciò che ci tiene saldi...


Le nostre radici ci aspettano!

giovedì 1 ottobre 2015

Il Metodo Ho'oponopono

Questa volta sconfino nel territorio di Jessica, per parlarvi di una pratica che mi sono ritrovata tra le mani. Vorrei mettervi al corrente di un percorso che voglio intraprendere.

Dovete sapere che, negli ultimi anni, ho passato dei momenti parecchio bui.

Avete presente quei momenti in cui, anche se all’apparenza avete tutto, e non dovreste assolutamente lamentarvi di nulla, comunque non vi sentite felici? Eccomi lì, la mia copia sputata.

Non posso dire di aver risolto le cose, anzi. Ne sono molto distante.

Ma facciamo un ulteriore passo indietro.

Anni fa ho passato un periodo, durato parecchi mesi (anzi, diciamo pure tre o quattro anni), in cui credevo alla Legge dell’Attrazione. Ho letto “The Secret”, visto il film, letto ogni sorta di libri in cui si parlasse di quella legge. Inizialmente funzionava. E non sto scherzando.

Due episodi mi sono rimasti impressi. Lavoravo in un hotel in mezzo ai monti, all’epoca. Il personale mangiava nella sala ristorante insieme ai clienti, ma, in pratica, mangiavamo quello che veniva avanzato dal giorno prima. E niente dolci. Ricordo che quel giorno avevo pensato che, invece, ne avrei tanto voluta una fetta. Ero comunque disposta ad andare al supermercato a comprarmene una, sia chiaro! E invece…

Ho fatto due chiacchiere con uno dei camerieri, senza accennargli al fatto che mi sarebbe piaciuto avere un po’ di dolce. A parte che non sono mai stata particolarmente solerte nel far presente alle persone cosa voglio io, le regole erano regole. Per quanto stupide, male non mi facevano, potevo quindi seguirle senza farmi troppi problemi.

Beh, dopo pranzo, il cameriere è salito nell’area riservata al personale e mi ha portato una fetta di strudel, uno dei miei dolci preferiti. A dirla tutta, anche se questa cosa mi ha colpito, ammetto di averla archiviata come coincidenza.

Un altro fatto è avvenuto pochi giorni dopo. Era un momento, a lavoro, in cui non avevo molto da fare, così ho provato a mettere alla prova questo “segreto” che avrebbe dovuto cambiarmi la vita. Ho disegnato un braccialetto d’argento con delle stelle fatte dello stesso materiale. Mi sentivo un po’ stupida a fare così, tuttavia, mentre lo disegnavo, pensavo “beh? Perché no?”

Quel pomeriggio stesso, decisi di andare a fare una passeggiata. Più di tutto, volevo vedere l’altro hotel in cui lavoravano i miei titolari. Non l’avevo mai visto, così presi coraggio e mi avviai. Se ci andate ora, la zona è in desolazione completa. Per quanto ancora frequentata, visto che il posto si trova sulle piste da sci, è stata proprio abbandonata. Ma all’epoca, la crisi economica era appena iniziata e quell’hotel, come scoprii quel giorno, ospitava un piccolo centro commerciale con sala giochi, negozio di souvenir, centro benessere, edicola e una piccola gioielleria. Sono stata molto sorpresa soprattutto di trovare una gioielleria proprio lì. Tenete anche conto del fatto che non avevo la macchina con me, per tutta una serie di circostanze, e mi trovavo in alta montagna, con poche possibilità di scendere a valle. Già questa era una coincidenza alquanto strana. Ma andiamo avanti. L’anziano proprietario era un signore molto simpatico. Il negozio era piuttosto piccolo, e dopo le solite due chiacchiere, diedi un’occhiata alle vetrine. Ci credete che ho trovato il bracciale che avevo disegnato? Non l'ho comprato, comunque. Non avevo soldi con me e ho pensato che, tutto sommato, potevo anche lasciar stare. Il giorno dopo avevo cambiato idea, ma quando mi sono presentata lì il bracciale era già stato venduto.

Capite cosa voglio dire? In pratica, quello che vogliamo lo otteniamo, se lo vogliamo veramente. E certe cose le ottieni in una maniera che ha del miracoloso. Ma non pensate che viva la mia vita così. Anzi, praticamente qui si fermano i miei “miracoli”. Dopo questi, non me ne sono capitati di così eclatanti.

Certo, la mia filosofia di vita è sempre quella, cioè, quello che vuoi lo ottieni. Ma non è sempre facile, anzi, tutt’altro! Nonostante questo, mi rifiutavo di pensare di essere condannata all’infelicità e al nulla cosmico.

Sono passati gli anni. Ho accumulato libri su libri, sull’argomento. La mia convinzione che la legge ci fosse era granitica, e lo è tutt’ora. Tuttavia, nulla lasciava intendere che funzionasse.

Con gli anni mi sono convinta che, realtà, “The Secret” fosse una gran belinata. Alla fine ho rivenduto metà dei libri, “The Secret” compreso, perché non li ritenevo abbastanza validi. Ogni tanto mi piace rivedermi il film, nonostante tutto mi mette ottimismo addosso. Ma sapevo che non era sufficiente. Anche perché non posso accettare l’idea di trattare l’Universo, o Dio, o comunque vogliate chiamarlo, come un immenso Amazon a cui fare ordinazioni ed eventualmente protestare quando non ottieni ciò che vuoi. Sarò esagerata, ma lo trovo addirittura poco etico. Insomma, alla fine non è giusto comportarci da bimbetti viziati.

I segnali comunque c’erano. Sono uscita dal mio guscio di depressione e sono andata a cercare un lavoro in ambito turistico. L’ho trovato nel giro di pochissimo. Ogni volta che avevo bisogno di lavorare, trovavo. Quindi, sicuro come la morte che qualcosa che ci aiuta c’è.

Ma, altro smacco. Sì, ho trovato lavoro. Poi ho dovuto cambiare settore, ma comunque sono in un’azienda da un anno. Non è una cosa da poco. Tuttavia la mia depressione non mi ha lasciato. Ho notato che continuavo a leggere ossessivamente i pochi libri sulla legge dell’attrazione che mi erano rimasti. Lo facevo, lo faccio, solo quando mi sento particolarmente sola e senza speranze. Che cosa stava succedendo?

Inizialmente è stata dura. Vivevo in bilico tra la razionalità e il bisogno viscerale di credere alla “magia”. Non fraintendetemi, non mi sentirete mai urlare “Stupeficium” con una bacchetta in mano. Né mi vedrete fare rituali d’amore o anti-malocchio. Ma prima di questi anni così difficili, per me la vita era completamente differente. Quello che volevo ero più disposta a ottenerlo. E anche se avevo comunque i miei problemi come tutti, non mi pesavano poi tanto. Vivevo in un’atmosfera che sembrava magica. Per me era quella, la magia della vita. La felicità.

Razionalmente parlando, sono stata presa da quella che, banalmente, viene chiamata paura di crescere. Avevo passato degli eventi che mi avevano spaventata non poco. La mia vita ha subìto una gravissima battuta d’arresto.

Ora, non si può dire che sia tutta rose e fiori, attualmente. Ma va meglio. Ho preso alcune decisioni che, almeno per me, sono state enormi. Ho finalmente deciso di seguire i miei sogni, quelli che mi portavo dietro da quando ero piccola, non quelli inculcatimi da altri. Ho deciso di cominciare danza orientale, dopo dodici anni passati a rimandare. Sto provando a dare un seguito al mio desiderio di scrivere (da qui è nato questo blog).

Ma non bastava. Così ho cominciato una piccola psicoterapia, per affrontare i miei problemi una volta per tutte.

E tuttavia, qualcosa continuava a non quadrare. Come mai non mi sentivo ancora come volevo io?

Mentre acquisivo sicurezza in me stessa in certi ambiti, altri sembravano crollare sotto i miei piedi.

Sia chiaro a tutti, non è affatto una critica alla psicoterapia. Anzi, mi sta dando un aiuto estremamente prezioso e intendo continuarla finché sarà necessario. Ma volevo qualcosa di più. Finalmente mi sono ritrovata una risposta tra le mani. Uno dei libri che ho tenuto è “Expect Miracles”, di Joe Vitale.

Joe Vitale è l'unico autore di filosofie New Age per cui ho mantenuto una discreta stima (non totale, ci sono comunque cose su di lui che mi lasciano perplessa). Ho dato via solo un suo libro, “The Key”. Gli altri li ho tenuti tutti. E in tutti i suoi libri, da “The Key” in poi, parla di un metodo sperimentato da un certo dott. Hew Len, un medico hawaiano che, sembra, ha guarito i pazienti di un manicomio criminale, senza mai incontrarli di persona.

Ammetto che l'omino nel mio cervello ha tirato un'inchiodata potente, quando ho letto questa cosa. E ammetto ancora, non sono così sicura che sia vera. Dopotutto, le uniche testimonianze che ho trovato a riguardo sono quelle che il dottore ha riferito a poche persone. Anzi, praticamente l’unica fonte è Joe Vitale. Nessun altro si è fatto avanti per confermare la storia. Quindi, permettetemi un po’ di scetticismo. Ma la cosa comunque mi ha incuriosito, così ho cercato di capire in cosa consistesse questo metodo “miracoloso”.

In pratica, secondo il dott. Hew Len, siamo responsabili al 100% di quello che succede nella nostra vita. Non è un concetto facile da accettare, anche perché spesso confondiamo la responsabilità con la colpa. Non è esattamente così. È logico che, se qualcuno ci fa del male, la colpa è sua. Ma, a quanto sembra, una parte di noi, molto profonda, ci ha fatto vivere quell'esperienza per insegnarci qualcosa. Il più delle volte è per aiutarci a superare certe convinzioni.

Il metodo del dottor Hew Len consiste, in pratica, nel ripulirsi prima da queste convinzioni.

C’è sempre un MA in agguato, comunque. Innanzitutto, il libro da cui l’ho letto era un’enorme strategia di marketing. Sotto al marketing, c’è spesso il rischio di trovare solo fuffa allo stato puro. Era pieno di testimonianze su come questo metodo ha cambiato la vita di tutti quelli che l’hanno provato. Potrebbe sembrare un bene, MA, ammettiamolo, non è propriamente così, soprattutto se le testimonianze sono fuorvianti. Alla fine non spiegavano esattamente cosa succedeva applicando questo metodo.

In tutti i libri che ho letto in cui parlano di questo metodo dicevano di recitare un mantra:

“Mi dispiace. Ti prego, perdonami. Grazie. Ti amo.”

Mh. Ok. L’ho provato. Eccome se l’ho provato. Ma non funzionava. Le cose non sono cambiate. Anzi! Accantonato un altro sistema. Per un po’, almeno.

Fino a quando non ho capito cosa Joe Vitale intendesse. E qui ho anche capito che, ammettiamolo, per quanto parli di cose interessanti nei suoi libri, è stato parecchio sleale. “Sì, ti do la formuletta magica, recitala e vedrai che miracolo!”. No. Non funziona così.

Quindi, a questo punto, è diventato quasi ovvio. Quel mantra non funziona se recitato come uno svogliato rosario durante il mese di maggio. E, soprattutto, se viene fatto con l’intenzione di cambiare le cose fuori da voi. La spiegazione è molto più banale. Se abbiamo un problema sul lavoro, in famiglia, con gli amici, economico, dicendo queste parole non è affatto detto che la situazione cambi. Il vostro titolare non sarà più gentile perché avete recitato la formuletta magica. Non vi aumenteranno i soldi in conto come per magia. Sembrerà logico, ma alla fine, se ho bisogno di scrivere questa cosa, è perché non è così scontato. Vedo tante persone che intraprendono strade spirituali particolari perché convinte profondamente che queste cambieranno la loro vita in un batter d’occhio. Spero di non offendere nessuno, dicendo che sono degli illusi. E spero di farmi perdonare dicendo che, tutto sommato, sono così anch’io.

Ho provato questo metodo su di me per esasperazione, perché non ce la facevo più a svegliarmi con i pensieri ossessivi dei miei problemi, pensando che mi sentivo in colpa perché, ed è la pura verità, alla fine ne ero io la causa. Così, in un momento particolarmente cupo, ho provato a rivolgermi quelle parole come se stessi parlando con un amico a cui avevo fatto un torto. La cosa curiosa è che i riscontri sono stati immediati.

Prima di tutto ho avvertito una gran pace dentro di me. Sono riuscita a calmarmi, almeno per un po’. E quasi automaticamente le cose si sono adattate di conseguenza. Ad un’esibizione di danza ho sbagliato gran parte dei passi, ma sono comunque riuscita a non fermarmi, come avrei fatto anche solo due mesi fa, e ad andare avanti fino alla fine. E alcune persone che mi avevano già vista danzare mi hanno garantito che comunque i miei sbagli non davano fastidio, pur essendo scoordinata con le mie compagne (stiamo parlando di danza orientale, comunque. È sempre brutto vedere una coreografia di gruppo scoordinata, ma se non altro si è meno severi nei confronti di chi pratica questa disciplina).

Altra cosa che mi ha lasciato sorpresa è stato un netto miglioramento nei miei rapporti di lavoro con una persona che prima mi metteva in serie difficoltà.

Sono anche riuscita ad affrontare alcune mie paure che mi stavano paralizzando. Con la mente più tranquilla, sono riuscita ad agire. Non so quale sarà l’esito di queste mie azioni, le possibilità che le cose vadano a scatafascio esistono, ma la sensazione di libertà che ho guadagnato è impagabile!

Non è magia, gente. Semplicemente, quando abbiamo la mente rilassata, gli altri se ne accorgono e si approcciano a noi in modo differente. Così come la nostra mente escogita soluzioni ai nostri problemi che prima non vedevamo. Se siamo agitati per un qualsiasi motivo e ci portiamo dietro questa agitazione, è normale che chi si avvicina a noi sarà nervoso e ci tratterà male.

Quando recitate questo mantra, se lo fate in maniera sentita, in pratica vi state dando attenzione. Magari era proprio quella che vi mancava e, di conseguenza, vi rendeva scontenti.

Perché ho scritto questo post? Beh, due ragioni.

Primo, so che tante persone si sono avvicinate alla legge di attrazione e sono rimaste scottate. Faccio parte della categoria, dopotutto. Volevo semplicemente dare un punto di vista differente, che magari desse un po’ di speranza in più.

Il secondo motivo è la mia poca costanza. Volevo fare questo piccolo esperimento: provare per un mese di fila questo metodo. E vedere cosa succede realmente quando lo si applica. E se scrivo un post a riguardo, sarà più probabile che mantenga la mia promessa. Anche perché intendo scriverne un altro, fra un mese circa, sugli effetti di questa tecnica, e sulle conclusioni che ne ho tratto.

Allora, appuntamento a fra un mese?

PS: è doveroso specificare che nel frattempo il blog andrà avanti come sempre. Scriverò comunque (impegni permettendo) post su castelli e ville, fantasmi e leggende varie. E Jessica andrà avanti a scrivere sul paganesimo (parentesi come sopra). Questo è solo un esperimento a parte.

Besos a todos!

Vi racconto del mio weekend in montagna...

… anche se, in realtà, non si è trattato propriamente un week-end! Sono partita di domenica e sono tornata di martedì.

Tranquilli, cercherò di non mettere troppe riflessioni personali, in questo post. E alla fine vi racconterò non una, bensì due leggende! Quindi, cominciamo!


Innanzitutto, mi scuso per il silenzio stampa delle ultime settimane. Devo ammettere che la mia voglia di scrivere era pressoché nulla. Niente di che, semplicemente avevo bisogno di ferie e, una volta cominciate, ho preferito godermele tutte senza pensare troppo anche agli impegni che avevo e che mi ero presa. Credo sia capitato a tutti un periodo così: tante cose da fare, tante persone da seguire (parenti, amici, fidanzati vari... non fraintendetemi, ne ho solo uno, di fidanzato, parlavo in generale!), progetti, lavoro, stress. Alla fine non sapevo più a che santo votarmi!

Così ho preso il toro per le corna e ho deciso di godermi due giorni in cui stare da sola con me stessa. Solo io e basta. E, se devo dirvi la verità, se vi capita un'occasione del genere, coglietela al volo!

La mia meta è stata la Val di Sole, posto in cui ho lavorato per un po' di mesi, qualche anno fa. Per me quella zona vuol dire molto, devo ammetterlo. Bella, tranquilla, e inoltre, quando ci lavoravo, non facevo altro che respirare libertà, lì. Dopotutto, facevo stagioni! L'unica cosa di cui mi sono sempre un po' pentita, è di non averla girata e vissuta come meritava. Sì, facevo delle passeggiate, ma tutto sommato non l'ho visitata per bene. Per esempio, non ho mai visto la rocca di Samoclevo, le cascate del Saent, Castel San Michele. Non mi sono mai cacciata in testa di visitare la vicina Val di Non come si deve, con Castel Clés e Castel Thun. Quindi, mi ero organizzata per benino quei due giorni. Giorno di arrivo: Castel Thun, arrivo in albergo, pranzo, rocca di Samoclevo, cena, letto. Secondo giorno: cascate del Saent, pranzo, lago dei Caprioli più eventuali altri giretti, cena, letto. Terzo giorno: check-out, passeggiata per visitare il monastero di San Romedio, ritorno a casa.

Inutile dire che non ho fatto un accidenti di queste cose.

Castel Thun l'ho saltato a piè pari. La mia idea era di parcheggiare vicino al castello e visitarlo in tutta tranquillità. Purtroppo era domenica, il parcheggio era stracolmo, bisognava parcheggiare in paese e prendere la navetta. Sinceramente, mi piacciono i castelli, ma quella manfrina non avevo proprio voglia di sorbirmela. Così sono arrivata in albergo, per poi andare a pranzare in un bar vicino a dove lavoravo. Mentre tornavo indietro, è arrivato il maltempo. Ovvio. Era stato bello fino al giorno prima, figurarsi se non peggiorava proprio quando ero lì io!

In realtà, non pensavo di farmi fermare da quattro gocce, avevo felpe e k-way con me, ma avevo fatto i conti senza l'oste! Insomma, ho sempre ritenuto che la meteoropatia fosse solo suggestione. Mi sono dovuta ricredere. Particolarmente in montagna, se non si è abituati, la bassa pressione si fa sentire, e molto di prepotenza! Per un'ora ho girato in macchina come un'anima in pena, agitata come non mai, e con un mal di testa che non augurerei a nessuno, a tratti vedevo persino le cose sfocate. Poi sono rientrata in albergo e lì mi sono dovuta stendere. Ho dormito per circa un'ora e mezza. Ormai la giornata era andata, così sono andata a Malé a fare un giretto.

Il giorno dopo il tempo faceva altrettanto schifo, così ho passato la mattinata dai miei ex titolari. Stavo rientrando in albergo, quando ho deciso che non mi andava minimamente di passare un altro pomeriggio chiusa tra quattro muri, così sono andata a Samoclevo. Non sono neanche passata in albergo a cambiarmi, avevo una maglietta e dei jeans neri. E sono andata esattamente vestita così com'ero. Un po' una sciocchezza, ma, stando ai siti internet, la strada delle piscine cruente era un sentiero semplice, ci si impiegava mezz'ora a raggiungere la rocca. Dopo un'ora e mezza, in cui pioveva e spioveva a ciclo continuo, stavo ancora arrancando per salire, persa in mezzo ai boschi. Non sono mai stata una persona particolarmente atletica, solo nell'ultimo anno ho cominciato ad apprezzare il movimento. Questo implica che, mentre prima, fra passeggiata e divano, avrei scelto divano, adesso sceglierei una via di mezzo: passeggiata breve e poi divano. Tutto sommato, però, avevo (ho!) un buon passo, quindi mi sembrava strano non essere ancora in vista della rocca!

Le cose erano due: o i siti internet che avevo consultato dicevano un sacco di cavolate, o avevo sbagliato strada. Così, dopo un po' - quando mi sono accorta di essere bagnata come un pulcino e talmente stufa da essermi profondamente convinta che il Gròstol mi sarebbe apparso in tutta la sua ferocia - mi sono arresa e sono tornata indietro. Non l'avrei mai fatto se fossi stata vestita in modo appropriato per un'escursione, sia chiaro, ma in quel caso decisamente era meglio lasciar perdere. Così sono tornata in hotel. Ma, tornando indietro, mi sono persa con l'auto, e mi sono ritrovata in un meleto. Mentre mi giravo (e imprecavo) per tornare indietro e riprendere la strada principale, ho visto la rocca! Ecco a voi la foto:



Suggestivo, no? Anche quando pensi che sta andando tutto male, in un modo o nell'altro il tuo scopo lo raggiungi, anche se, magari, non come avresti voluto. Insomma, volevo vedere la rocca, no?


Quella sera, ho fatto una passeggiata per Mezzana e sono andata a cena. Tornando in albergo ho guardato il panorama.



Ho intravisto, nell'aria cristallina, un posto che avevo provato a visitare anni fa, ma era chiuso per restauro: Castel San Michele, a Ossana. Le luci erano accese, era illuminato come mai l'avevo visto.

Era l'ultima sera, e, nonostante il maltempo, mi sembrava un crimine chiudermi in albergo. Così ho preso la macchina e ho percorso la strada che mi separava dal castello. In realtà, essendo le nove di sera, non ero così sicura che sarebbe stato aperto, ma, forse, un paio di foto che non includessero delle impalcature sarei riuscita a farle. Con mia sorpresa, invece, era aperto. Almeno, i cortili erano accessibili (era in corso una serata dedicata agli scultori del legno), il mastio invece era chiuso. Così sono entrata, cercando anche un po' di informazioni su quel posto che tanto mi affascinava.



Non si hanno notizie precise della fortezza. Fu costruita su uno sperone di roccia, in modo da avere la massima visibilità sulla Val di Sole e sulla Val di Peio (parola mia, entrambe le valli si vedevano davvero bene, nonostante il buio e il maltempo!). Pare che la struttura fosse presente all'epoca dei longobardi, anche se le prime notizie scritte risalgono a molto più tardi, intorno all'anno 1190. Inizialmente il castello era proprietà della diocesi di Trento, poi, nel corso dei secoli, è passato a parecchie famiglie. Diciamo pure che la storia è sempre la stessa, più o meno, per tutti i castelli. Antichi, maestosi, costruiti su punti strategici, passano di famiglia in famiglia nel corso dei secoli, diventano musei (magari anche abitati, ma comunque visitabili), ristoranti, alberghi, oppure cadono in rovina.

Per quanto bella sia la storia, la leggenda e il mistero sono quelli che danno vita alle cose, spingono a voler scoprire qualcosa di più. Ormai è risaputo che amo questo genere di cose. Non esisterebbe questo blog, altrimenti.

Così, eccoci qua al punto clou del post.

Entrambe le leggende che sto per raccontarvi parlano della famiglia de Federici, proprietaria del castello dal 1412 al sec. XVI.

Dovete sapere che la famiglia de Federici era una famiglia lombarda alquanto potente. All'epoca, chiunque avrebbe dato anche l'anima pur di sposare un erede di quella famiglia. Un bel giorno arrivò una principessa ben decisa a sposare il figlio di Giacomo de Federici. Il matrimonio era combinato, ma la bella fanciulla non volle attendere il giorno delle nozze per vedere le immense ricchezze della famiglia. Così entrò nella sala del tesoro, ma c'era così tanto oro che riluceva, che la ragazza ne venne accecata! Questa fu la sua punizione per la sua avidità.

Però, sapete, io sono convinta di una cosa: il simile attrae il proprio simile (a rileggerla non ha proprio senso, questa frase, almeno grammaticalmente parlando!).

Pare che neanche il figlio di Giacomo fosse tutto questo gran stinco di santo. Molto arrogante, non perdeva occasione di mostrare la sua superiorità (molto probabilmente era molto più che arrogante. Quasi sicuramente era molto crudele). I popolani erano talmente stufi di lui che gli tesero una trappola. Scavarono una buca in cui il ragazzo, di ritorno da una battuta di caccia, cadde con tutto il cavallo. Dopodiché, venne preso a sassate e seppellito con la povera bestia dai popolani esasperati.

Della serie, severi ma giusti!


Così concludo questo post.

Spero che lo abbiate gradito! Alla prossima!


Angela